Sete di Parola di questa settimana

 PrimaPagina


 

Sete di Parola dal 19 al 25 settembre 2021

  Leggi Sete di Parola GIORNO PER GIORNO           

 Preleva Sete di Parola della 25ª Settimana  (19 – 25 settembre 2021)  del Tempo Ordinario dell’Anno B (139 Kbyte)


 25ª Settimana del Tempo Ordinario – Anno B

a cura di Don Claudio Valente


Domenica, 19 settembre 2021

Liturgia della Parola > Sap2,12.17-20; Sal 53; Gc 3,16-4,3; Mc 9,30-37

La Parola del Signore …è ASCOLTATA

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

 …è MEDITATA

La strada verso Gerusalemme è la stessa, il Rabbì di Nazareth e i suoi discepoli la percorrono insieme, ma i loro cuori e le loro menti sono su sentieri diversi.
Per la seconda volta, Gesù annuncia la sua passione, morte e resurrezione. Marco stesso annota che “essi non capivano queste parole” (v.32). C’è un’incomprensione radicale tra Gesù e i suoi discepoli. L’evangelista esplicita questa distanza con la risposta secca che i dodici danno all’amara domanda del Rabbì.
Lui parla di dare la vita, di consegnarla nelle mani degli uomini che lo uccideranno, annuncia la sua resurrezione e i suoi discepoli che fanno?
“Chi è il più grande tra di noi?”. Questa è la loro preoccupazione.
Quanti secoli sono passati? Quanta storia di salvezza è palpitata nelle vene della Chiesa? Quanta santità ha attraversato le nostre strade? Eppure siamo ancora lì. A quell’incomprensione, insieme ai dodici. Preoccupati del nostro potere, grande o piccolo che sia; impegnati a guadagnarci un angolo di palcoscenico per saziare almeno un po’ della nostra fame di protagonismo.
Ma tenetevi forte, perché il vero annuncio di questa domenica sta nella reazione di Gesù al radicale fraintendimento dei dodici. Proprio qui sta la novità del Vangelo, la bellezza di un Dio che capovolge gli schemi, che ci chiama fuori dalle nostre piccolezze che noi ci ostiniamo a chiamare normalità.
Il Rabbì di Nazareth non spara fulmini e saette, non li rifiuta, non li rimanda a casa. Si siede, li chiama vicini e ricomincia da capo. Forse i discepoli si erano accorti d’averla sparata veramente grossa, magari erano già pronti a subirsi un bel predicozzo e invece no. Gesù non è così. (Almeno Lui…)
Al centro sta il primato dell’amore. L’unica ragione per scegliere l’ultimo posto con la certezza che sia il primo. L’unico motivo logico per accettare un capovolgimento illogico. Logico, per il Vangelo di Gesù. Illogico, per il protagonismo che ci abita.
Quella del Rabbì è una novità radicale di vita, di pensiero, di lettura delle proprie scelte. Ho incontrato persone trasformate dalla logica del Vangelo, rimesse in piedi dalla vita dei sacramenti, aperte dalla potenza dello Spirito ad una consapevolezza nuova della propria storia personale, lanciate verso il futuro con il desiderio di gustare la vita con serenità e serietà, fatte nuove dalla grazia.
Può accadere ancora. Magari proprio a te.

————————————————-

Da quando il Figlio di Dio è entrato nella nostra storia e ha percorso la via della Croce tutti i criteri della priorità si sono capovolti: la dignità di una persona non sta nel posto che occupa, nel lavoro che svolge, nelle cose che possiede, nel successo che ottiene: la grandezza si misura unicamente sullo spirito di servizio. Per il cristiano resta fermo che il modello di ogni forma di servizio è sempre e solo Gesù Cristo. don Bruno Maggioni – biblista

 …è PREGATA

O Dio, sorgente della vita, davanti a te il più grande è colui che serve: donaci la sapienza che viene dall’alto, perché accogliendo i piccoli e gli ultimi riconosciamo in loro la misura del tuo regno.

 …mi IMPEGNA

Accogliere significa ascoltare, rendersi disponibili, ospitare: soprattutto richiede la capacità di lasciarsi «sconvolgere» (nelle proprie abitudini e nei propri schemi) dalla Parola, o dal missionario, o dal piccolo che si accoglie, e la capacità di porsi al suo servizio. L’accoglienza è, ovviamente, generale, verso tutti: se non fosse così, saremmo in contraddizione con quanto Gesù ci ha detto sul servizio («servo di tutti»). Tuttavia qui si parla dei «bambini», che nel Vangelo – come si sa – sono il simbolo dei trascurati, di quelli che non contano e che nessuno accoglie. La preferenza è per loro. Gesù li ha cercati, ha avuto per loro tempo, parole e amore: non ha mai ritenuto di avere qualcosa di più importante, o urgente, da fare. È l’accoglienza dei «piccoli» la verifica dell’autenticità del nostro servizio e della nostra ospitalità.

 


Lunedì, 20 settembre 2021

 Santi Andrea Kim Taegon, Paolo Chong Hasang e Compagni, martiri

L’azione dello Spirito, che soffia dove vuole, con l’apostolato di un generoso manipolo di laici è alla radice della santa Chiesa di Dio in terra coreana. Il primo germe della fede cattolica, portato da un laico coreano nel 1784 al suo ritorno in Patria da Pechino, fu fecondato sulla metà del secolo XIX dal martirio che vide associati 103 membri della giovane comunità. Fra essi si segnalano Andrea Kim Taegon, il primo presbitero coreano e l’apostolo laico Paolo Chong Hasang. Le persecuzioni che infuriarono in ondate successive dal 1839 al 1867, anziché soffocare la fede dei neofiti, suscitarono una primavera dello Spirito a immagine della Chiesa nascente. L’impronta apostolica di questa comunità dell’Estremo Oriente fu resa, con linguaggio semplice ed efficace, ispirato alla parabola del buon seminatore, dal presbitero Andrea alla vigilia del martirio. Nel suo viaggio pastorale in quella terra lontana il Papa Giovanni Paolo II, il 6 maggio 1984, iscrisse i martiri coreani nel calendario dei santi. La loro memoria si celebra nella data odierna, perché un gruppo di essi subì il martirio in questo mese, alcuni il 20 e il 21 settembre.

Liturgia della Parola  > Esd 1,1-6; Sal 125; Lc 8,16-18

La Parola del Signore …è ASCOLTATA

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la mette sotto un letto, ma la pone su un candelabro, perché chi entra veda la luce. Non c’è nulla di segreto che non sia manifestato, nulla di nascosto che non sia conosciuto e venga in piena luce.
Fate attenzione dunque a come ascoltate; perché a chi ha, sarà dato, ma a chi non ha, sarà tolto anche ciò che crede di avere».

…è MEDITATA

Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la pone sotto un letto; la pone invece su un lampadario, perché chi entra veda la luce.” Questa frase di Gesù è una breve parabola. Gesù non spiega, perché tutti sanno di cosa si trattava. La lampada simboleggia il vangelo, che non può essere tenuto nascosto, ma deve espandersi e illuminare il mondo. Ogni battezzato non deve aver paura di dare testimonianza ed irradiare la Buona Notizia. L’umiltà è importante, ma è falsa l’umiltà che nasconde i doni di Dio dati per edificare la comunità. Forse a volte teniamo nascosta la luce del vangelo per non lasciarci coinvolgere nel suo chiarore, per dormire sonni tranquilli, per non alzarci dalle situazioni di pigrizia spirituale o di peccato. Il testo di oggi è un invito e un ammonimento ad essere lampade accese, luminose, vuole risvegliare in noi il desiderio di un ascolto attento che ci permette di accogliere la luce che è Gesù stesso perché, ci guidi nelle nostre scelte, decisioni, azioni e inondi tutta la nostra vita.

————————-

La luce non viene da noi, ma dal Cristo, che noi ci impegniamo a seguire come discepoli, ascoltando le sue parole, imitando i suoi esempi di carità, e diffondendo il Vangelo. Non dobbiamo dunque nascondere questa luce, ma renderla manifesta in ogni nostra azione e decisione: togliere le tenebre dalla nostra vita, impedendo anche agli altri di accedere alla luce. La vera e profonda testimonianza del cristiano irradia la luce che porta dentro: consideriamo quanto bene hanno fatto i santi con la loro presenza e la loro vita, diventando un richiamo per tutti.

…è PREGATA

O luce beatissima, invadi nell’intimo il cuore dei tuoi fedeli  Senza la tua forza, nulla è nell’uomo, nulla senza colpa.  (Invocazione allo Spirito Santo)

 …mi IMPEGNA

Ciascuno di noi ha ricevuto un dono di cui è responsabile non solo per se stesso, ma anche per ciò che esso può significare per gli altri, cosicché non possiamo soffocare la luce di cui siamo portatori e non possiamo privare noi stessi e gli altri della speranza di cui, in modo talora misterioso, siamo comunque testimoni. Se la nostra fede, le nostre scoperte, la nostra vita interiore resta nascosta, perché ci vergogniamo del giudizio altrui, pensiamo di non essere pronti o capaci nel difendere le novità che abbiamo scoperto, difficilmente riusciremo a portare luce. Gesù ci chiede di lasciare che la compassione e la tenerezza del vangelo emergano dalle nostre scelte. Una battuta incoraggiante al collega d’ufficio, un sorriso, una richiesta di scusa possono davvero rendere una bella testimonianza al vangelo. Costruire in ogni momento il tempio di una presenza di Dio in mezzo alla storia, cominciando dalle nostre relazioni più quotidiane, significa, infatti, sperare e far sperare.

 


Martedì, 21 settembre 2021

San Matteo apostolo ed evangelista

Detto Levi, chiamato da Gesù a seguirlo, lasciò l’ufficio di pubblicano o esattore delle imposte e, eletto tra gli Apostoli, scrisse un Vangelo, in cui si proclama che Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo, ha portato a compimento la promessa dell’Antico Testamento.

Liturgia della Parola  > Ef 4,1-7.11-13; Sal 18; Mt 9,9-13

La Parola del Signore …è ASCOLTATA

In quel tempo, mentre andava via, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».

…è MEDITATA

Così spiega Pietro Crisologo: «Fratelli, seduto al suo banco delle imposte, questo povero pubblicano era in una situazione peggiore di quella del paralitico di cui vi ho parlato l’altro giorno, che giaceva sul suo lettuccio. Uno era affetto da una paralisi nel suo corpo; l’altro nella sua anima». Questo paralitico anticipa e in certo modo spiega la situazione di Matteo seduto al banco delle imposte. Egli è paralizzato da se stesso e bloccato nella sua condizione di pubblicano, cioè di peccatore della specie peggiore, agli occhi dei suoi vicini. Così questa immagine del paralitico prepara la vocazione di Matteo nello stesso vangelo redatto dalla sua mano, tanto da assumere un significato ancora più rilevante. L’incontro con Gesù apre la possibilità per quest’uomo, incatenato «al banco delle imposte», di poter reimpostare e immaginare in modo completamente nuovo la sua vita. Perché questo avvenga bisogna uscire dai propri blocchi e dalla sottile condanna a ripetersi. Ciò che sfugge ai farisei è ciò che è avvenuto nell’incontro tra Gesù e Matteo: incontro di sguardi, comunione di cuore, intuizione di intime e segrete sofferenze che esigono la cura di un amore sempre più grande di cui già i profeti si sono fatti testimoni esigenti e spesso altrettanto scomodi. Ciò che, forse inconsapevolmente, Matteo – come tutti noi – sta aspettando da tanto tempo è il coraggio di qualcuno che sappia entrare e quasi imporsi alla sua vita per strapparla alla paralisi delle abitudini di sempre che sembrano, ormai, irrinunciabili e impossibili da cambiare. Al contrario ciascuno è chiamato a «raggiungere la misura della pienezza di Cristo». Questo avviene solo per una fiducia ritrovata attraverso lo sguardo di un altro capace di rimettere in movimento la speranza.

———————————————

Matteo da quel banco delle imposte si alza e inizia quello che noi oggi chiamiamo “discepolato”. Questa parola significa una realtà profonda e decisiva nella vita di una persona. Significa avere qualcuno da seguire. Avere una strada, avere una traccia, avere un destino. Credere è smettere di vivere a caso e cominciare a vivere per un motivo. Con la grande differenza che questo motivo per noi è Qualcuno. Cristo è il nostro destino, è il nome proprio di ogni nostra vocazione qualunque essa sia.

…è PREGATA

O Dio, che con ineffabile misericordia hai scelto san Matteo e da pubblicano lo hai costituito apostolo, sostienici con il suo esempio e la sua intercessione perché, seguendo te, possiamo aderire fermamente alla tua parola.

…mi IMPEGNA

Matteo non risponde neppure con delle parole, risponde con una decisione. Questo dovrebbe ricordarci che la vera fede non è un ricettacolo di tantissimi ragionamenti e convincimenti. A volte la fede è una sola parola che Gesù pronuncia sulla nostra vita. È la parola decisiva. È la parola che aspettavamo da anni. Chissà da quanto tempo Matteo aspettava qualcuno che lo tirasse fuori dalla sua situazione, da quella vita che aveva scelto ma che non lo rendeva felice. Di sicuro rimane come decisivo per noi ricordarci che la prova del nove della nostra fede non la si gioca su quanto abbiamo capito, ma su quanto abbiamo deciso. Chi crede deve prendere delle decisioni per la propria vita.

 


Mercoledì, 22 settembre 2021

Santa Virginia Centurione Bracelli 

Genova, 2 aprile 1587 – 15 dicembre 1651 Figlia del doge di Genova, rimasta vedova a soli 20 anni spese la sua vita a favore dei bisognosi. Suo motto fu: «Servire Dio nei suoi poveri». Il suo apostolato fu rivolto in modo particolare agli anziani, donne in difficoltà e malati. L’istituzione con la quale passò alla Storia fu L’Opera di Nostra Signora del rifugio. Gratificata dal Signore con estasi, visioni, locuzioni interiori moriva il 15 dicembre 1651, all’età di 64 anni. San Giovanni Paolo II l’ha proclamata beata a Genova il 22 settembre 1985 e poi santa a Roma nel 2003.

Liturgia della Parola > Esd 9,5-9; Sal Tb 13; Lc 9,1-6

La Parola del Signore …è ASCOLTATA

In quel tempo, Gesù convocò i Dodici e diede loro forza e potere su tutti i demòni e di guarire le malattie. E li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi. Disse loro: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non portatevi due tuniche. In qualunque casa entriate, rimanete là, e di là poi ripartite. Quanto a coloro che non vi accolgono, uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi come testimonianza contro di loro». Allora essi uscirono e giravano di villaggio in villaggio, ovunque annunciando la buona notizia e operando guarigioni.

…è MEDITATA

Gesù manda i suoi apostoli ad annunciare il regno di Dio e dà loro il potere di guarire le infermità: essi dunque, imitando il loro Maestro, dovranno liberare il mondo dal male e dalle sue conseguenze (malattie, povertà, guerre, discordie…), non dovranno assoggettare le persone, ma liberarle dai mali fisici e spirituali. Dio anzitutto ci offre la possibilità di ripulirci dalla parte oscura e tenebrosa che è dentro ciascuno di noi, per essere poi in grado di toglierla anche negli altri. La forza ci deriva dal Signore e quanto più siamo trasparenti alla sua grazia, tanto più saremo efficaci nella nostra azione pastorale. Gesù ci ha dato l’esempio: andando per le strade della Palestina e osservando le difficoltà materiali e spirituali delle persone contemporanee, si è avvicinato a loro, ha avuto cura di coloro che erano nella sofferenza e nel bisogno, li ha risanate, ha dato loro speranza e gioia. Egli dunque non si è presentato con la potenza e la ricchezza, ma con gesti di misericordia: il mondo ha bisogno della tenerezza di Dio, come di quella dei suoi discepoli.

————————————-
Annunziare e guarire sembrano i due verbi che più rendono l’idea della missione dei discepoli. Non basta annunciare, bisogna anche prendersi cura, guarire, liberare. Diversamente l’annuncio cristiano risuonerebbe come una beffa, come una bestemmia. Ma è anche vero il contrario: una liberazione dell’uomo senza un autentico annuncio cristiano rischia di diventare pericoloso. Prendere sul serio la fame di qualcuno, la sua sofferenza, il suo bisogno, dimenticandosi di ciò che Cristo ci ha insegnato potrebbe trasformarci in lottatori politici, in ideologi delle società, in difensori di classi sociali, ma non in apostoli o discepoli.

…è PREGATA

Signore Gesù che ci chiami ed invii ad annunciare il regno di Dio, fa’ che la nostra vita sia presenza e testimonianza di Te. Rendici disponibili con la libertà della povertà per condividere con gli altri ciò che Tu ci regali. Tu che hai annunciato il Regno con la tua vita prima che con la parola, insegnaci ad essere strumento docile nelle mani del Padre come lo sei stato Tu. Amen.

 …mi IMPEGNA

Il messaggio annunciato da Gesù è destinato a portare la libertà, quindi, richiede da parte dei discepoli di occuparsi, in modo prioritario, della Parola e delle persone bisognose di guarigione nel corpo e nello spirito. Essi devono imparare a fidarsi di Gesù e della sua parola – Lui deve essere il loro tutto! Così, Gesù li ammonisce di non caricarsi di tanti bagagli e di rimanere nella casa dove trovano accoglienza. Richiede lo sforzo di scavare uno spazio dentro di sé per accogliere sempre più la sua amicizia e condividere i segreti del regno. Saranno così capaci di parlare e guarire nel suo nome. 

Andare senza rassicurazioni umane sta a significare una profonda fiducia in Chi ti sta inviando. Forse a noi questo manca: ricordarci di avere innanzitutto fiducia in Chi ci ha mandati ad annunciare. Siamo ormai ricchi di mezzi e poveri di fiducia. Questo rende le nostre chiese attrezzate ma vuote. La buona riuscita di ogni annuncio cristiano non è nei mezzi a nostra disposizione. Non è nelle cose materiali. Non è nelle circostanze favorevoli. Bensì è nella fiducia.

 


Giovedì, 23 settembre 2021

San Pio da Pietralcina, sacerdote

Francesco Forgione nasce a Pietrelcina, provincia di Benevento, il 25 maggio 1887. Il 22 gennaio 1903, a sedici anni, entra in convento e da francescano cappuccino prende il nome di fra Pio da Pietrelcina. Diventa sacerdote sette anni dopo, il 10 agosto 1910. Nel 1916 i superiori pensano di trasferirlo a San Giovanni Rotondo, sul Gargano, e qui, nel convento di S. Maria delle Grazie, ha inizio per Padre Pio una straordinaria avventura di taumaturgo e apostolo del confessionale. Il 20 settembre 1918 il cappuccino riceve le stimmate della Passione di Cristo che resteranno aperte, dolorose e sanguinanti per ben cinquant’anni. Muore il 23 settembre 1968, a 81 anni. Dichiarato venerabile nel 1997 e beatificato nel 1999, è canonizzato nel 2002.

ALCUNE FRASI DI PADRE PIO

Abbi dolcezza verso il prossimo e umiltà verso Dio.
La preghiera è la migliore arma che abbiamo; è una chiave che apre il cuore di Dio.
Devi parlare a Gesù anche col cuore, oltre che col labbro; anzi, in certi contingenti, devi parlargli soltanto col cuore.
Distacchiamoci dal mondo in cui tutto è follia e vanità.
È il caso che fa l’eroe, ma è il valore di tutti i giorni che fa il giusto.
La carità è la regina delle virtù. Come le perle sono tenute insieme dal filo, così le virtù dalla carità. E come, se si rompe il filo, le perle cadono; così, se viene meno la carità, le virtù si disperdono
L’umiltà e la carità vanno di pari passo. L’una glorifica e l’altra santifica. L’umiltà e la purezza dei costumi sono ali che elevano fino a Dio e quasi divinizzano.
La carità è il metro con il quale il Signore ci giudicherà tutti.

Liturgia della Parola  > Ag 1,1-8; Sal 149; Lc 9,7-9

La Parola del Signore …è ASCOLTATA

In quel tempo, il tetràrca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risorto dai morti», altri: «È apparso Elìa», e altri ancora: «È risorto uno degli antichi profeti». Ma Erode diceva: «Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?». E cercava di vederlo.

…è MEDITATA

A volte tornano. E popolano di incubi le notti insonni di chi ha la coscienza nera come il carbone. Erode ha fatto uccidere il Battista per non smentire l’incauta promessa fatta alla figlia della sua amante davanti a tutti. Promessa dettata dall’eccitazione di un re piccino di mezza età che non ha saputo rifiutare la vendetta della sua concubina nei confronti di un profeta che non aveva certo peli sulla lingua. Ma non è finita. La coscienza rode, l’anima si scuote. Invano, purtroppo, ma c’è e lavora. Via un profeta eccone un altro, peggiore del primo. Vuole vederlo, è curioso e inquieto. Ma di una inquietudine inutile, di una curiosità che non produce conversione ma solletica solo i propri sensi. Stupido Erode, annegato e travolto dal suo delirio di onnipotenza, incapace di far crescere le sue emozioni, impedito nel far sbocciare le proprie intuizioni. E sciocchi noi quando la curiosità ci spinge verso la fede e non abbiamo il coraggio di lasciarla germogliare, di farla crescere, di farci portarci alle soglie della fede. No, certo, non basta incuriosirsi, anche se è sempre da lì che parte la ricerca. Occorre convertirsi.

——————————————

La confusione regna sovrana lì dove opera il male, perché non si ha mai la capacità di vedere lì dove opera il buio. Se certe volte il nostro giudizio e la nostra capacità di discernere è in preda alla confusione, forse è perché dovremmo innanzitutto prendere distanza dal buio che abbiamo cercato o che abbiamo subito e che la teologia chiama “esperienza del peccato”. Infatti un autentico discernimento nasce da una autentica riconciliazione. Solo dopo che hai rotto con le tenebre puoi anche sperare di vedere qualcosa. Voler fare discernimento e rimanere invischiati in situazioni di peccato significa non venirne mai a capo.

…è PREGATA

Dio onnipotente ed eterno, per grazia singolare hai concesso al santo presbitero Pio [da Pietrelcina] di partecipare alla croce del tuo Figlio, e per mezzo del suo ministero hai rinnovato le meraviglie della tua misericordia; per sua intercessione concedi a noi, uniti costantemente alla passione di Cristo, di poter giungere felicemente alla gloria della risurrezione.

 …mi IMPEGNA

Non possiamo sbarazzarci troppo in fretta di Erode: in realtà nel nostro cuore si nasconde un piccolo Erode che ci spinge a perderci nei nostri pensieri e a farci guidare dalle nostre paure. Erode «cercava di vederlo» ma senza fare nulla per vedere, senza minimamente esporsi e soprattutto senza assolutamente farsi interrogare da chi gli sta davanti. Per questo, pur ascoltando «volentieri» il Battista, nondimeno, oltre a non fare minimante ciò che Giovanni gli chiede, non riesce neppure a opporsi al capriccio della sua decapitazione; Erode Antipa non fa nulla per incontrare il Signore, per paura di essere veramente incontrato e smascherato. Quando Pilato gli servirà su un piatto d’argento la possibilità di incontrare Gesù appena prima di condannarlo su pressione dei notabili del popolo, neppure se ne accorgerà, troppo preso dalle sue fantasie.  Desiderare di vedere Gesù senza essere disposti ad ascoltarlo è un vicolo cieco. Questa la sindrome di Erode da cui noi tutti rischiamo di essere affetti ogni volta in cui non diamo concretezza al nostro pensare, non riuscendo così a vedere e a farci vedere.

 


Venerdì, 24 settembre 2021

Liturgia della Parola  > Ag 1,15b-2,9; Sal 42; Lc 9,18-22

La Parola del Signore …è ASCOLTATA

Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto». Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio». Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».

…è MEDITATA

Dopo Pietro tanti si sono lasciati interpellare da questa domanda, [“Ma voi chi dite che io sia?”] perché il cammino di fede non può prescindere da essa. Non si può essere cristiani senza un rapporto personale con il Signore, senza dirsi chi è Lui per me, e chi sono io per lui. Ogni risposta, però, suona vuota, se non tocca la mia vita, se non esprime quanto mi sono messo in gioco con lui e per lui. Perciò, non si tratta tanto di consultare il catechismo, o altri libri (anche se questo mi aiuta ad approfondirne sempre più la conoscenza), ma ciò che di Lui porto scritto dentro di me. Infatti Cristo non è ciò che dico di lui, ma ciò che vivo di lui; non le mie parole, ma la mia passione. Riconoscere Gesù come il Cristo significa seguirlo come Dio e Signore della vita, come l’amico sincero e generoso da imitare; accoglierlo anche nel dolore e nell’aridità del cuore, considerarlo come l’unico che può riempire di gioia e di felicità una vita.

 ——————————————-

Chi sei per me, Gesù di Nazareth? Non importa cosa dicono gli altri, cosa mi abbiano insegnato, cosa penso di sapere su di te… prima o poi, nella vita, sentiamo echeggiare questa straordinaria ed inquietante domanda: Chi sono io, per te? Dammi la forza di rispondere, Signore, dammi la gioia di scoprire, con Pietro, con gli altri, che tu sei il Cristo di Dio.

…è PREGATA

“Mio Signore e mio Dio, mio Dio e mio tutto”: fa’ Signore che queste parole siano salde nel nostro cuore.  Ispira le nostre azioni e accompagnale con il tuo aiuto, perché ogni nostra attività abbia sempre da te il suo inizio e in te il suo compimento. Per Cristo nostro Signore. Amen.

 …mi IMPEGNA

Sulla domanda “chi è Gesù per me?” si basa ogni autentica conversione cristiana. Quando ci sentiamo interpellati personalmente da Cristo allora tutto può cambiare: non più un’educazione ricevuta ma una persona incontrata, ecco cosa diventa il cristianesimo. Ma nessuno può rispondere al posto tuo.

 


Sabato, 25 settembre 2021

Liturgia della Parola > Zc 2,5-9.14-15; Sal Ger 31,10-13; Lc 9,43b-45

La Parola del Signore …è ASCOLTATA

In quel giorno, mentre tutti erano ammirati di tutte le cose che faceva, Gesù disse ai suoi discepoli: «Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini».
Essi però non capivano queste parole: restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso, e avevano timore di interrogarlo su questo argomento.

…è MEDITATA

Questo brano del Vangelo di Luca è successivo al miracolo della guarigione dell’epilettico indemoniato: possiamo immaginare lo stupore e l’ammirazione dei discepoli verso Gesù in quei momenti. Vedendolo operare questi miracoli dovevano sentirsi sicuri e motivati nella loro sequela: probabilmente vedevano Gesù come il Messia “invincibile”. E in questo contesto di grande euforia, Gesù rivela ai discepoli che sarà consegnato presto “nelle mani degli uomini”: è come se davanti ai loro occhi si sgretolasse l’idea di Gesù che si erano costruiti in quei momenti, ed è comprensibile la loro incapacità di accettare quanto rivelato da Gesù. Ma l’intento del Signore è quello di far comprendere loro che la massima espressione dell’amore di Dio per l’uomo non è nei miracoli che Lui compie, ma sarà nel dono della sua vita sulla croce per riconciliare definitivamente l’uomo dal peccato. “Mettetevi bene in mente queste parole”: con che forza Gesù introduce questa rivelazione così incomprensibile ai discepoli! È una prospettiva radicalmente differente da quella che si immaginavano, totalmente rivoluzionaria. Rivedere la propria vita alla luce della logica rivoluzionaria dell’amore di Dio è la sfida con cui siamo chiamati a confrontarci ogni giorno come discepoli di Gesù.

——————————————–

Quando tutto sembra girare per il verso giusto e l’audience dei miracoli, dei segni e dei discorsi di Gesù sembra essere alle stelle, proprio in quel momento Gesù fa fare a tutti un bagno di realismo, ricordando a tutti che fine sta per fare. Di Gesù a noi piace la parte del “successo”, ma Gesù ha salvato il mondo dalla Croce, non da un palco di consensi. È Gesù Crocifisso il grande mistero con cui dobbiamo confrontarci ogni giorno. E proprio perché è un mistero, molto spesso abbiamo paura di considerarlo, di approfondirlo, di percorrerlo. Lo aveva capito bene sant’ Agostino che scriveva: “non c’è Pasqua senza venerdì santo”.

…è PREGATA

O Cristo lasciato solo e tradito perfino dai tuoi e venduto a basso prezzo.
O Cristo giudicato dai peccatori, consegnato dai Capi.
O Cristo straziato nelle carni, incoronato di spine e vestito di porpora.
O Cristo schiaffeggiato e atrocemente inchiodato.
O Cristo trafitto dalla lancia che ha squarciato il tuo cuore.
O Cristo morto e seppellito, tu che sei il Dio della vita e dell’esistenza.
O Cristo, nostro unico Salvatore, torniamo a Te  con gli occhi abbassati di vergogna e con il cuore pieno di speranza.  PAPA FRANCESCO

 …mi IMPEGNA

Adorando la croce, segno della nostra salvezza, chiediamo umilmente perdono per noi, per le colpe di cui noi ci siamo macchiati;  Chiediamo perdono del tanto male commesso dall’uomo contro l’uomo, del tanto male commesso dall’uomo contro il Figlio di Dio, contro il salvatore Gesù, contro il profeta che portava parole di amore. E mettiamo la nostra vita nelle mani del crocifisso perché egli, redentore buono, redima e salvi il nostro mondo, redima e salvi la nostra vita col conforto del suo perdono.

————————————-

O Dio, Padre buono,
voglio ringraziarti con tutto il cuore
per il dono del santo Battesimo,
per mezzo del qualE
sono divenuto  tuo figlio
e tempio vivo dello Spirito Santo.

Ti ringrazio perché,
con l’acqua battesimale,
mi hai fatto risorgere con Cristo
e hai riempito la mia anima
dello splendore della tua grazia.

Voglio rinnovare in questo momento
le mie promesse battesimali,
con cui mi sono impegnato a vivere
nella santità dei figli di Dio.

Conserva in me la fede, la speranza e la carità,
e concedimi di essere fedele alla tua legge
per tutta la vita. Amen.


Vai all’archivio di Sete di Parola.