Sete di Parola di questa settimana

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Sete di Parola dal 18 al 24 ottobre 2026

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Preleva Sete di Parola della 29ª Settimana  – (18 – 24 ottobre 2026)  del Tempo Ordinario dell’Anno A  – (352 Kbyte)


29ª Settimana del Tempo Ordinario – Anno A 

a cura di Don Claudio Valente


Domenica, 18 Ottobre 2026

San Luca, Evangelista

GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE

Liturgia della Parola > Is 45,1.4-6; Sal 95; 1Ts 1,1-5; Mt 22,15-21

La parola del Signore…è ASCOLTATA

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli Erodiàni, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

 …è MEDITATA

Gesù sfugge all’insidiosa imboscata trasferendo la questione dal piano ideologico (la legittimità del pagamento del tributo) a quello pratico. Chiede che gli mostrino un “denaro del tributo”, la moneta corrente della zecca di Roma usata in tutto l’impero. Gesù domanda di chi siano, nello stampo facciale del denaro, il ritratto e il titolo che l’individua. “Di Cesare” gli rispondono. Gesù conclude: “Restituite dunque a Cesare quel ch’è di Cesare e a Dio quel ch’è di Dio”. La risposta sconcerta gli ascoltatori. In ogni caso dobbiamo chiederci cosa sia di Cesare e cosa di Dio. Nella risposta di Gesù è chiaro cosa appartiene a Cesare: solo quella moneta della zecca di Roma su cui è incisa l’“immagine” dell’imperatore. Questa pertanto andava restituita al proprietario. Il Vangelo non va oltre, in questo campo. Ma cosa è di Dio? Il termine “immagine”, usato da Gesù per la moneta, ha certamente richiamato la frase biblica posta proprio all’inizio della Scrittura: “Dio creò l’uomo a sua “immagine”; a “immagine” di Dio lo creò” (Gn 1,27). L’uomo, anche il più disgraziato o il più colpevole, è segnato radicalmente da una presenza divina. C’è quindi una “santità” che appartiene ad ogni uomo, non per suo merito ma per dono. Ogni uomo è icona di Dio, creato a sua immagine.
Ebbene, quest’icona è tutt’altro che restituita al Signore. Anzi, spesso è deturpata, offesa, umiliata, frantumata, per colpe personali o per opera altrui. Ma deturpando noi stessi o gli altri, noi deturpiamo Dio stesso. Gesù vuole esortare coloro che lo ascoltano a restituire a Dio quello che a Lui appartiene: ossia ogni uomo e ogni donna. Che cos’è di Dio? Di Dio è l’immagine nascosta nel profondo di ogni uomo ed anche dentro di me. Di Dio è il soffio stesso della vita, che riceviamo e che diamo a Lui ogni volta che vogliamo bene e che renderemo a Lui nell’ultimo giorno; di Dio è l’amore che rende bello il volto di ognuno e che continua la forza creatrice; di Dio è l’amicizia che unisce gli uomini tra loro, la carità che lui affida perché sconfigga il male. Il cuore, quello che è davvero più nostro e più umano, è di Dio. Rendere vuol dire riconoscere che non siamo padroni, che non serve possedere, che siamo sempre e solo dei debitori, che abbiamo ricevuto tanto, tutto, e che dobbiamo restituire. Solo regalando e donando a Dio troviamo futuro. Perché l’amore non ruba, non perde, ma si moltiplica, si conserva, si rigenera. Dona cento volte tanto e la vita che non finisce.


L’iscrizione recitava: divo Caesari, al divino Cesare appartiene. Gesù scinde di netto l’unità di queste due parole: Cesare non è Dio. Altro è Cesare, altro è Dio. Di Dio è l’uomo, quell’uomo che Lui ha fatto di poco inferiore a un Dio. A Cesare le cose, a Dio la persona. A me dice: tu non inscrivere nel cuore altre appartenenze che non siano a Dio. Resta libero e ribelle ad ogni tentazione di venderti o di lasciarti possedere. Ripeti al potere: io non ti appartengo. Ad ogni potere umano Gesù dice: non appropriarti dell’uomo, non ti appartiene. L’uomo è cosa di Dio. È creatura che ha Dio nel sangue.

 …è PREGATA

Ascolta, o Padre, le nostre preghiere, perché possiamo essere cittadini della terra e insieme membri del tuo Regno. Dacci la sapienza del cuore, perché possiamo corrispondere alla tua volontà. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.

 …mi IMPEGNA

Con l’aiuto di Dio, prometto sul mio onore di fare del mio meglio
per compiere il mio dovere verso Dio e verso il mio Paese, per aiutare gli altri in ogni circostanza.

 


Lunedì, 19 Ottobre 2026

Liturgia della Parola > Ef 2,1-10; Sal 99; Lc 12,13-21

La parola del Signore…è ASCOLTATA

In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

 …è MEDITATA

“Riposati, mangia, bevi, divertiti”. È in questi quattro verbi il peccato dell’uomo ricco della parabola che abbiamo appena letto. In questi quattro verbi e nel pronome “tu”, rivolto a se stesso: “Tu riposati, tu mangia, tu bevi, tu divertiti”. Ci sono solo lui e lui, nessun altro, il suo mondo è abitato solo da se stesso. Nessuna relazione, nessun parente, nessun amico, neppure servi e garzoni. La sua ricchezza serve solo a lui e basta. Lui demolisce, lui ricostruisce, lui raccoglie. L’unico protagonista della storia è lui, sempre lui, solo lui. La solitudine, il ripiegamento su di sé, fa di lui un morto ancora prima che gli venga richiesta la sua vita. Il “mal essere” non consiste nell’accumulare tesori, ma nell’accumularli “per sé”. È l’atteggiamento tipico di chi è ancora bambino: Mio! Tutto mio! La sua vita non ha consistenza in sé, pensa di ottenerla tramite i propri averi. Deve essere molto triste dover riempiere un vuoto esistenziale di cose. Le cose non avranno mai la capacità di sostituire le relazioni; non danno senso alla vita; non la rendono significativa, non le danno valore, solo la ingombrano, la ingolfano, la soffocano. I beni materiali non hanno un fine in sé, ma sono funzionali, sono in vista dell’acquisizione di ciò che realmente conta: “Fatevi amici con la disonesta ricchezza, perché essi un giorno vi accolgano nelle dimore eterne”. Paolo scrive a Timoteo: “l’avarizia è la radice di tutti i mali”. I beni materiali dunque sono in vista delle relazioni, della condivisione, della solidarietà. Valgono proprio perché ne puoi far parte con altri, se li tieni per te diventano un peso opprimente, impossibile da portare, diventano una tomba e la vita vi è già rinchiusa. La carità invece ci fa arricchire davanti a Dio e fa esplodere la vita in abbondanza non solo la nostra, ma anche quella di tutti coloro che abbiamo beneficato.

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Dall’Imitazione di Cristo
Quelli che pensano di possedere qualche cosa quaggiù, più che possederla, ne sono posseduti; e quelli che si lasciano guidare dall’amor proprio sono prigionieri di se stessi.

…è PREGATA

O Padre, sprezza il piccolo mondo in cui spesso ci rinchiudiamo, allarga i suoi confini, meglio ancora rendilo sconfinato. Fa’ che non abbiamo occhi solo per noi stessi e che i nostri beni non servano solo per rimpinzare il nostro ventre, o la nostra vanagloria, o il nostro delirio di potenza. Aiutaci a trasformare il nostro ossessivo “per me”, nel doveroso e amorevole “per voi e per tutti” come Gesù ha fatto e ha insegnato. Amen.

 …mi IMPEGNA

Quante famiglie si dividono per questioni patrimoniali. Quanto rancore, odio, distanza, sofferenza produce l’attaccamento alle cose. Si arriva a considerare il denaro più prezioso dei legami di sangue. Non a caso la smania del possesso, e del denaro soprattutto, è uno degli alfabeti più usati dal male per tenerci prigionieri. Gesù racconta nel Vangelo di oggi una parabola per metterci in guardia da una simile tentazione. Il personaggio principale è un uomo, probabilmente un uomo onesto, che lavora ogni giorno, e a cui la vita sorride donandogli abbondanza di raccolto. Fin qui nulla di strano. Ma Gesù mette in bocca a quest’uomo onesto un ragionamento che all’apparenza sembra essere innocuo, ma che in fondo nasconde un tranello:
“Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? …Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?”.
Il contrario di accumulare non è sperperare, ma condividere. Chi è eccessivamente attaccato alle cose e ignora i bisogni di chi gli sta accanto, si ritroverà con i magazzini pieni e la vita vuota. Ricordarci che non siamo eterni non serve a spaventarci, ma a farci avere la consapevolezza che ciò che conta non è mai nelle cose, ma nei legami.

 


Martedì, 20 Ottobre 2026

Liturgia della Parola  > Ef 2,12-22; Sal 84; Lc 12,35-38

La parola del Signore…è ASCOLTATA

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!».

…è MEDITATA

“Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese;  siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa”.  Una persona che è pronta è completamente tesa verso ciò che sta per accadere. Un po’ come gli sportivi che si preparano ad una corsa e che si tengono pronti al punto di partenza a scattare non appena arriva il segnale. La vita eterna è quel segnale che aspettiamo, ma tutta questa vita è un tendere ad esso, è un farsi trovare pronti. E l’unica maniera che abbiamo per esserlo è essere completamente attenti a ciò che c’è in questo momento della nostra vita. È vivere nel qui ed ora e non nel lì e dopo. È capire che tutto ciò che accadrà potremo coglierlo se siamo disposti a valorizzare ciò che c’è adesso. Gli occhi della persona che ho accanto, questo tramonto, la parola detta adesso, il bene possibile in questo istante, è così che ci si allena ad essere pronti al grande via della vita eterna. Gesù usa l’immagine del padrone che torna a casa il giorno delle nozze. La casa sarà certamente in fermento e il padrone si aspetta quel fermento, sa di essere atteso, sa che ognuno avrà fatto la sua parte per accoglierlo. Ma che delusione invece tornare e rendersi conto di non essere atteso. Che delusione vedere che ognuno vive per se stesso, vive non in fermento, ma in appiattimento. La passività con cui delle volte affrontiamo la vita in attesa che accada qualcosa di interessante è il vero motivo per cui non accade mai nulla di veramente interessante. Ma quando passiamo la vita con i piedi per terra e il cuore pronto allora ciò che ci aspetta è quello che Gesù descrive così: “Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!”.

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Vivere alla presenza del ritorno di Gesù, dell’abbraccio finale, significa fin d’ora cambiare la nostra vita, orientarla verso il Signore, far diventare la nostra vita una veglia nella notte, rendersi conto che la nostra tenda non è piantata per sempre su questa terra, ma che altre terre ci aspettano. Credo che un po’ di sano realismo e un briciolo di crudezza eviterebbe montagne di litigi, di alterchi, di antipatie. Basterebbe fare memoria che siamo di passaggio, che il nostro destino è diverso, più grande, per evitare le trappole della presunzione di immoralità. Sì, Qualcuno ci aspetta, oltre il salto, Qualcuno ci abbraccerà, se lo desideriamo come un’arsura già da questa vita. Sì, aspettiamo la beata speranza del ritorno del Signore Gesù.
Nella notte, o Dio, noi veglieremo, con le lampade, vestiti a festa, presto arriverai e sarà giorno.

…è PREGATA

Dio onnipotente ed eterno, crea in noi un cuore generoso e fedele, perché possiamo sempre servirti con lealtà e purezza di spirito.

…mi IMPEGNA

Stiamo pronti: non lasciamoci scoraggiare dalle tante cose che dobbiamo fare o dalle delusioni della vita o dalle distrazioni del nostro mondo sazio e disperato che ci propone di entrare nel paese dei balocchi. Stiamo pronti: perché ci vuole un attimo per essere travolti dalle tante cose da fare, dalla quotidianità. Stiamo pronti, perché la vita che abbiamo è una sola e possiamo davvero gettarla alle ortiche abituandoci al basso profilo. Stiamo pronti perché il Signore viene quando meno ce lo aspettiamo, bussa alla porta del nostro cuore con costanza ma se la nostra vita è travolta dal rumore dell’anima non riusciamo ad ascoltarlo. Stiamo pronti per quando verrà alla fine del nostro percorso di vita, iniziato qui e che mai finirà, per non lasciarci sorprendere come se Dio non fosse o non fosse il presente. Stiamo pronti: pregando, meditando, interrogandoci sulla vita, vivendo con quanta maggiore intensità possibile ogni minuto di vita che ci è regalato. Stiamo pronti, il Signore viene.

 


Mercoledì, 21 Ottobre 2026

Liturgia della Parola  > Ef 3,2-12; Cant. da Is 12; Lc 12,39-48

La parola del Signore…è ASCOLTATA

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il figlio dell’uomo». Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».

 …è MEDITATA

 “Ma lo dici per noi?”. Ci sorprendiamo, a volte, a farci questa domanda ascoltando il Vangelo. Ormai ci siamo quasi abituati a pensare che il Vangelo sia rivolto ad altri: ad altri l’invito alla vigilanza, ad altri l’invito alla conversione, ad altri l’invito al servizio, ad altri l’invito al perdono. Sempre e solo ad altri. Noi sempre defilati, noi immuni, noi mai una volta chiamati in causa. Noi sempre predicatori e mai ascoltatori; noi sempre sul pulpito, mai sui banchi; noi sempre giudici, mai imputati. Noi da tempo assuefatti al Vangelo, vaccinati. Noi non più in grado di lasciarci contagiare dal Vangelo, scossi, interpellati da esso. Mai una volta che le sue parole ci facciano sentire con le spalle al muro. Per noi il Vangelo resta muto, gli abbiamo messo la museruola. Ben altri devono porre attenzione, e noi sappiamo bene chi, ma noi, noi no! In questo modo abbiamo disinnescato il potenziale evangelico sottraendoci al suo costante appello. Il Vangelo ad uso nostro, sempre brandito contro altri, è una deriva tanto pericolosa.. Il Vangelo non è una cava di pietre da prendere per lapidare gli altri, ma al massimo per battere il proprio petto.

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La Parola di Dio quest’oggi ci richiama ad un atteggiamento di attesa e di operosità, sull’esempio di Cristo, che ha realizzato la volontà del Padre, facendosi servo di tutti, A noi è richiesto di imitarlo nella sua generosità.
Del resto quante cose ci vengono date da Dio ogni giorno: la vita, la bellezza dell’aurora e del tramonto, ma soprattutto il suo amore che noi dobbiamo diffondere attorno a noi.

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Solo chi attende il Signore è capace di apprezzare il momento presente e di conoscerne il significato e la ricchezza. Perché sa collocarlo nella prospettiva giusta, collegandolo alla venuta del Signore.
Un monaco della chiesa orientale

…è PREGATA

Fa’, o Signore, che ogni giorno possiamo offrirti con cuore puro il sacrificio della nostra volontà, sottomessi a Te, in spirito di fede e d’amore.

 …mi IMPEGNA

Che cos’è la vigilanza? Gesù la spiega con un immagine suggestiva ed efficace:
“Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate”.
Detto così potrebbe sembrare che Gesù voglia far leva sulla paura della morte per suscitare in noi l’ansia dell’attesa, ma in realtà ci sta suggerendo un modo per vivere sempre aggrappati all’essenziale: scegli e vivi come se fosse l’ultima cosa che farai! Un simile ragionamento innanzitutto ci farebbe capire che molte cose che facciamo sono delle perdite di tempo. In secondo luogo pensare in questo modo significa smettere di rimandare ciò che conta. Ma perdere la vigilanza significa fare lo stesso ragionamento del servo che Gesù cita nel suo discorso:
“Ma se quel servo dicesse in cuor suo: Il padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l’aspetta e in un’ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli”.
Dimenticarsi della propria morte significa ammalarsi di delirio di onnipotenza. Ricordarsi della propria morte ci ridimensiona, ci insegna più umiltà, ci spinge a scendere dai nostri piedistalli, e ci disarma da tutti quegli abusi di potere (materiali, affettivi, psicologici, spirituali) che mettiamo in atto solo perché giochiamo a sentirci i padroni della vita.

 


Giovedì, 22 Ottobre 2020

San Giovanni Paolo II, papa

Liturgia della Parola  > Ef 3,14-21; Sal 32; Lc 12,49-53

La parola del Signore…è ASCOLTATA

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

 …è MEDITATA

Chi l’avrebbe mai detto: Gesù piromane, guerrafondaio, sfascia famiglie. Di Lui ci siamo fatta una immagine un po’ dolciastra, da immaginetta patinata, da statuina di marzapane. La dolcezza di Gesù non è mai stucchevole e non scade in sdolcinature fuori luogo. La sua affabilità si coniuga anche con un carattere deciso, dai tratti ruvido, certo esigente, per nulla amante delle mezze misure e dei compromessi. Il suo messaggio tutto intriso di misericordia e di tenerezza non disdegna affondi di radicalismo. I suoi ideali sono totalizzanti, non si accontenta di qualcosa, cerca e vuole tutto. Gesù, che fa sua l’attesa del contadino che con pazienza si adegua ai tempi lunghi del germogliare e del giungere a maturazione, mostra tutta la sua impazienza nei confronti di un fuoco che fatica ad accendersi e a incendiare il mondo intero. Il fuoco dell’amore ardente e appassionato fa fatica ad attecchire nel cuore degli uomini. Ancor di più il fuoco che Lui è, fuoco d’amore del Padre, deve ancora attendere i giorni della sua passione prima di avvampare nella pienezza della sua combustione. Giorni di Roveto Ardente, quelli di Pasqua, nei quali Dio parlerà al suo popolo attraverso un fuoco che arde e non si estingue: il cuore del suo Figlio infiammato dal fuoco dello Spirito. Saranno i giorni del suo battesimo di fuoco, giorni di immersione nella fiamma dell’amore di Dio che giunge alla morte. Dinnanzi al suo amore radicale, Gesù mal sopporta le tiepidezze, le incertezze, le mezze misure. È venuto a ingaggiare una battaglia e ciascuno deve fare la sua scelta di campo. Come ogni scelta, anche questa porterà divisione pure nelle relazioni familiari più intime. Gesù sarà come un segno di contraddizione. Il Vangelo di Gesù non è un romanzetto rosa, non è un proclama accomodante, non percorre vie diplomatiche, non gli interessa mettere d’accordo tutti ad ogni costo. Il Vangelo è anche una parola dura ed esigente, richiede una scelta, una presa di posizione anche se questa può essere non compresa o addirittura osteggiata da chi ci sta vicino. Da qui la scelta può essere lacerante. Non è però una scelta dettata da rabbia, da contesa, da disprezzo, dal desiderio di prendere le distanze, è solo una scelta che fa emergere con evidenza ciò che si preferisce, ciò che si ritiene più importante, ciò a cui si vuole dedicare la vita, ciò per cui la vita la si vuol persino perdere, con tutto il rispetto per coloro che ci amano, per tutto il rispetto per coloro che la pensano diversamente.

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Siamo discepoli di un Dio che crea divisione, di un Dio che non ci lascia seduti nelle nostre certezze, assiepati dietro le nostre tiepide devozioni, ma che ci scuote e ci spinge, che brucia, brucia dentro. Quando sant’ Ignazio, fondatore dei Gesuiti, uomo di Dio, innamorato di Dio, inviò i suoi dodici compagni ad annunciare il Vangelo fino agli estremi confini del mondo allora conosciuti, disse, il giorno della loro partenza: “Andate, e incendiate il mondo“. Incendiari sì, ma d’amore.

…è PREGATA

O Padre, che hai gettato nel mondo il fuoco d’amore del tuo Figlio e dello Spirito Santo, infiamma con l’ardore della passione di Lui il mondo intero, perché ogni scoria di peccato sia bruciato nel crogiuolo dello Spirito Santo e i tuoi fedeli, ardenti nel cuore, possano con scelte decisive e nette continuare a illuminare e a riscaldare gli uomini di ogni tempo contagiandoli con la passione per il tuo Regno. Amen.

 …mi IMPEGNA

Gesù vuole che i discepoli abbandonino ogni atteggiamento di pigrizia, di ritardo, di freddezza, di chiusura, per accogliere la sua stessa preoccupazione, la sua stessa angoscia: egli sarà inquieto fino a che le fiamme dell’amore non divamperanno nei cuori degli uomini. Il discepolo perciò non è chiamato ad una vita avara e tranquilla, tesa al benessere personale o anche comunitario. Il discepolo deve immergersi nel Vangelo ed essere come battezzato (appunto, immerso) in esso. L’adesione al Vangelo chiede anche una separazione dalla vecchia vita, dalla vita basata sui vecchi legami, fossero anche forti come quelli di sangue. Solo il Vangelo è il fuoco che cambia il mondo, a partire dal cuore di ciascuno. “Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo!” Santa Caterina da Siena

 


Venerdì, 23 Ottobre 2026

Liturgia della Parola > Ef 4,1-6; Sal 23; Lc 12,54-59

La parola del Signore…è ASCOLTATA

In quel tempo, Gesù diceva alle folle: «Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: “Arriva la pioggia”, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: “Farà caldo”, e così accade. Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto? Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada cerca di trovare un accordo con lui, per evitare che ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all’esattore dei debiti e costui ti getti in prigione. Io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo».

 …è MEDITATA

A chi chiedeva un segno perché potesse credere alle sue parole, Gesù rispose che era lui l’unico segno che manifestava con pienezza l’amore di Dio. Poiché in genere tutti siamo attenti solo a noi stessi e alle nostre cose, i “segni del Signore” non riusciamo a vederli, anche se sono davanti ai nostri occhi. Non così accade invece per conoscere il freddo e il caldo. In questi casi alziamo gli occhi per vedere le nubi e usciamo di casa per sentire il vento. Analogamente dovremmo alzare i nostri occhi per comprendere il tempo della salvezza, ossia alzare lo sguardo da noi stessi, uscire dalle abitudini consolidate che ci sclerotizzano, allontanarci dall’egocentrismo che ci rende ciechi, ed essere attenti ai segni che il Signore ci manda. Il primo grande segno è il Vangelo, potremmo dire il segno dei segni. Ascoltare questa parola e metterla in pratica è la prima opera del credente. Ci sono poi altri segni: i sacramenti e in particolare la santa Liturgia che rende partecipi del mistero della morte e della resurrezione del Signore. E poi anche i poveri e tutti coloro che aspettano di essere liberati dalle schiavitù di questo mondo: essere disattenti alla loro condizione vuol dire non comprendere il cuore di Dio e della storia.

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Valutare l’aspetto meteorologico, ieri come oggi, è sempre stato un modo per parlare senza dire niente, è un modo per passare il tempo in una conversazione oziosa. I discorsi, quelli veri preferiamo evitarli. Cercare di capire cosa stia avvenendo, e dove stiamo andando, e a cosa dobbiamo prepararci, per decidere quale dovrà essere il nostro ruolo, quali le scelte a cui siamo chiamati, quali le zavorre da cui liberarsi e quali parole nuove da apprendere, quale stile più adatto da assumere … , questi sono discorsi che ci spaventano, che ci scomodano, che ci interpellano. Ma è, a nostro parere, qualcosa che possiamo rinviare a domani. Tanto c’è tempo!

…è PREGATA

Donaci la sapienza dei tuoi profeti perché in questo tempo, come ogni tempo, possiamo vedere l’opera della salvezza che intessi per ogni uomo. Donaci di scorgerla fiorire, pur tra gli inestricabili intrighi degli uomini, nei gesti d’amore e di speranza compiuti ovunque e sotto ogni bandiera, dagli uomini di buona volontà. Amen.

 …mi IMPEGNA

L’intelligenza ci è stata donata per comprendere i segni che ci vengono da Dio, dal prossimo, dalle circostanze della vita. Il Signore ci invita ad interpretare da noi stessi i tempi che viviamo, a coglierne anche gli aspetti positivi, non solo e sempre le cose negative. Di avere uno sguardo di fede sulla vita, non uno sguardo mondano. 

 


Sabato, 24 Ottobre 2026

Liturgia della Parola  >  Ef 4,7-16; Sal 121; Lc 13,1-9

La parola del Signore…è ASCOLTATA

In quel tempo, si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei galilei fossero più peccatori di tutti i galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

…è MEDITATA

Due fatti di cronaca sono il pretesto che Gesù usa per far svegliare la gente e noi dal torpore che ci convince che le cose tragiche succedono sempre agli altri. È proprio questo tipo di convinzione che ci fa rimandare la nostra conversione a un futuro indeterminato. Invece la cronaca nera che tante volte riempie i telegiornali durante l’ora di pranzo o di cena dovrebbe spingere ciascuno di noi a convertirci, non tanto per non fare la stessa fine, ma per non divenire noi stessi causa di male per gli altri, o impreparati davanti a ciò che non si può prevedere. Poi Gesù prende di petto un altro aspetto essenziale: fino a quando possiamo rimandare le conseguenze delle nostre azioni? Per spiegarcelo racconta una parabola:
«Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: Ecco, son tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? Ma quegli rispose: Padrone, lascialo ancora quest’anno finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai».
Non è contraddittorio dire che Dio è infinitamente misericordioso ma la Sua pazienza ha un limite? Assolutamente no, infatti noi siamo infinitamente amati da Dio, sempre, senza ripensamenti, ma questo amore non ci protegge dalle conseguenze delle nostre azioni. Se l’amore ci deresponsabilizzasse non sarebbe più amore perché ci toglierebbe la libertà. Invece è proprio perché siamo liberi che siamo responsabili delle nostre azioni, e chi ti ama può pazientare ma alla fine non può evitarti la conseguenza delle tue scelte. Quindi scegli ora che hai tempo, perché poi il tempo finisce.   

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Ma cos’è che rende ancor più grave l’infruttuosità del fico? Non solo non dà frutti, dice Gesù, ma “sfrutta il terreno”, lo impoverisce succhiandone inutilmente gli umori. Sì, vivacchiando mediocremente, diventiamo “sfruttatori” della grazia ricevuta, rendendola inefficace in ordine alla salvezza. Un tale atteggiamento – è chiaro – lede innanzi tutto noi stessi. Ma non solo: fa del male anche a chi ci sta intorno perché, rimandando i tempi della conversione, priviamo anche gli altri di quella energia spirituale che scaturisce da una fede autentica.

 …è PREGATA

O Padre, tu sei il Dio della vita, non certo la causa delle nostre disgrazie. Alle nostre mani hai affidato l’universo e in esso ogni umana relazione. Donaci un cuore forte e generoso capace di scegliere la via della vita e di perseguirla con coraggio e determinazione. Amen.

 …mi IMPEGNA

All’origine della morte dei poveri galilei uccisi durante il culto non vi è una punizione divina, ma l’arroganza di Pilato e la violenza che il potere porta sempre con sé. All’origine della morte dei diciotto cittadini rimasti schiacciati dal crollo della torre di Siloe non vi è l’intervento di Dio ma l’imperizia dei costruttori! Gesù, con una sola battuta, smentisce la nostra idea della sofferenza come punizione divina, riconducendo l’origine della disgrazia a ragioni molto più semplici e verificabili. Ma aggiunge il Signore, questi eventi sono un’opportunità per riflettere sulla brevità della vita, sulla necessità di andare all’essenziale. Se la nostra vita può essere portata via da un incidente o dalla follia di un procuratore romano, allora va vissuta con intensità e verità giorno per giorno, per convertirci alla buona notizia del Regno perché se la morte è un evento drammatico, la morte dell’anima è peggiore. L’analisi di Gesù chiarisce definitivamente un pregiudizio ancora molto diffuso: la sofferenza non è una punizione divina, ma l’opportunità di una riflessione che ci indirizzi verso orizzonti più ampi ed autentici.

 

  

 


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